Gli arresti domiciliari rappresentano una misura cautelare personale alternativa alla custodia in carcere, prevista dall’ordinamento penale per limitare la libertà dell’indagato o imputato senza ricorrere alla detenzione intramuraria.
Si tratta di una misura apparentemente “più leggera”, ma che in realtà impone vincoli stringenti e comporta conseguenze penali rilevanti in caso di violazione.
Cos’è (davvero) la misura degli arresti domiciliari
Con gli arresti domiciliari la persona è obbligata a rimanere presso un’abitazione determinata (casa propria, domicilio di terzi o altro luogo autorizzato) e non può allontanarsi se non nei casi espressamente consentiti dal giudice.
La misura può essere disposta:
- in fase di indagini preliminari;
- durante il processo;
- in sostituzione o alternativa alla custodia cautelare in carcere.
Spesso è accompagnata da prescrizioni specifiche, come:
- divieto di comunicare con persone diverse dai conviventi;
- obbligo di rispondere ai controlli;
- utilizzo del braccialetto elettronico.
Quando si viola la misura
Non ogni violazione comporta automaticamente un reato.
La distinzione è fondamentale – e spesso ignorata.
La violazione degli arresti domiciliari può avere:
- rilievo disciplinare (con possibile aggravamento o revoca del beneficio);
- rilievo penale, integrando il reato di evasione.
Il punto centrale è la durata dell’allontanamento.
L’allontanamento dal domicilio e il limite delle 12 ore
Sul tema è intervenuta in modo chiarissimo la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4183/2026, fissando un principio di grande rilevanza pratica.
L’allontanamento dal domicilio integra il reato di evasione solo se si protrae per oltre 12 ore.
Se l’assenza è inferiore alle dodici ore, non si configura automaticamente il reato, ma può:
- giustificare sanzioni disciplinari;
- comportare la revoca degli arresti domiciliari;
- lasciare ferma la responsabilità per eventuali reati commessi durante l’assenza.
Chi deve dimostrare la durata dell’allontanamento?
Ed è qui che la Cassazione mette un punto fermo decisivo.
Secondo i giudici:
- la protrazione oltre le 12 ore è un elemento costitutivo del reato;
- l’onere della prova spetta all’accusa, non alla difesa.
Attribuire all’imputato il compito di dimostrare di essersi allontanato per meno di 12 ore significherebbe invertire illegittimamente l’onere probatorio, violando i principi fondamentali del processo penale.
In mancanza di prova certa sulla durata dell’assenza:
➡️ il reato di evasione non è configurabile.
Perché questa distinzione è cruciale nella difesa
Nella pratica quotidiana, molte imputazioni per evasione nascono da:
- controlli sommari;
- presunzioni temporali;
- ricostruzioni non documentate dell’orario di allontanamento.
La giurisprudenza più recente chiarisce che non basta “non essere trovati in casa”:
serve la prova rigorosa che l’assenza abbia superato il limite temporale previsto dalla legge.
Conclusione
Gli arresti domiciliari non sono una “detenzione soft”, ma una misura seria, con obblighi precisi e conseguenze pesanti.
Allo stesso tempo, non ogni violazione equivale a evasione, e la linea di confine – oggi più che mai – passa dalla prova della durata dell’allontanamento.
In un sistema penale che deve restare garantista, le scorciatoie probatorie non sono ammesse. E la Cassazione lo ha ricordato a chiare lettere.







